‘Oltre la scultura’ di Luigi Meneghelli
Luciano Bertoli formgestalter
“L’artista che ha la patria nel proprio tempo – rileva il filosofo F. Rella – è legato alle tecniche che fanno parte della sua vita”. Non è colui che sta al di là del visibile e che, in qualche modo, guida lo sguardo della tecnica in quella direzione: in una parola, è l’artista che orienta la tecnica oltre la tecnica stessa, che ne adotta gli artifici, non per esorcizzarli, quanto piuttosto per superarli, per farne un potenziale linguistico plurale, problematico, ambiguo, capace di fondare una “dimensione ulteriore” del reale.
Dove sta infatti l’opera? Qual è il suo confine, il suo bordo, il suo spazio?
Come descriverla, dove posare l’occhio? Essa infatti non solo è anche una macchina non definibile dentro un linguaggio specifico o un codice accreditato a priori; essa è un dispositivo interlinguistico, un sistema di relazioni aperte, che finiscono invariabilmente per modificare la percezione dell’ambiente, anzi per darsi esse stesse una dinamica del luogo un incrociarsi e un sovrapporsi di materiali “ poveri” e di materiali sofisticatissimi, un loro permutarsi da sagome bidimensionali in strutture tridimensionali, un loro ergersi e farsi idea di architettura o forma pura spaziale: cosa che conduce ovviamente, al di là del puro ingombro oggettuale oltre la scultura appunto ma verso “la presenza situazionale che chiede di essere “attraversata”, “penetrata” “interpretata” invitando a far esperienza del “limite”, a indagare a immaginare, a insinuarsi nelle categorie e delle tecniche dove l’impalpabilità del suono convive con la forma elementare tangibile del corpo plastico .
Egli invita a leggere le azioni stesse del costruire, coniugare i gesti. Ma proprio mentre sollecita questa avventura radiante dello sguardo, avviene quasi a voler contrastare il suo modo di comunicare, perché, basato su uno scorrimento vertiginoso se non addirittura con effetti di immaterialità e sull’ invisibilità del suono. Dunque, una ricerca ricca che comporta una sorta di spargimento di dati e una loro raccolta, un intervento d’ analisi e uno di sintesi. Ma anche una ricerca che in qualche modo pone L’oggetto (non identificato) distante dalla fabbrica dalla galleria d’arte, dal laboratorio e dal Museo.
I “Marchingegni” assurdi, improbabili di Luciano Bertoli contengono a loro volta una sorta di animazione della materia, che attiva una pluralità di sensi: non più solo il vedere ma anche il sentire, l’ascoltare, e l’agire sono i suoi dispositivi costruttivi con tecniche dell’industria più o meno avanzata, e da ciò escono suoni di sintesi “provocati elettronicamente”; suoni in apparenza riconoscibili, ma che nella loro “denaturazione” (nella loro artificialità) perdono ogni immediata riconoscibilità ed associabilità alle fonti che li generano. Suoni che allarmano e che insieme allertano; suoni che sono sempre indizi di qualcos’altro e che contengono sempre in sé misteri, qualcosa di ignoto, perché quel che si sente, scrive Heidegger, non è mai un numero puro, ma un segno delle cose stesse, “di un picchio che picchia, del fuoco che crepita”, ( di una macchina, che manda strepitii o tuoni). “ trappole per tendere l’orecchio” sulla sua capacità simulative, Bertoli ha l’atteggiamento di ‘Un Re in Ascolto di Calvino’ il quale vede nel suo palazzo come un orecchio; tutte volute, tutto lobi, un grande orecchio in cui l’anatomia e architettura si scambiano i nomi e le funzioni: padiglioni, trombe, timpani, chiocciole, labirinti”. Non c’è più distanza tra suono ed edificio, tra rumore ed immagine. L’uno e l’altro riempiono il vuoto, “tengono insonni e il fiato sospeso”.